TartaRugosa ha letto e scritto di: Georges Perec (1989), Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano, Traduzione di Sergio Pautasso

 TartaRugosa ha letto e scritto di: 

Georges Perec (1989)

Pensare/Classificare

Rizzoli, Milano

Traduzione di Sergio Pautasso 

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Così come l’introduzione del concetto di “ limite” libera la creatività nella psiche umana, altrettanto si può affermare che, nella scrittura, la costrizione induce alla produzione di fantasia.

E’ questo il primo pensiero che mi è sopraggiunto quando, uscita dal letargo, mi sono finalmente decisa di approfondire la conoscenza dell’Ou-Li-Po Ouvroir de littérature potentielle (“Opificio di letteratura potenziale”), gruppo francese fondato da Queneau e a cui aderirono, fra altri, Georges Perec e Italo Calvino.

Perec mi “intriga” molto ed è ritornato fra le mie mani grazie all’ossessione classificatoria di TartaRugoso , così lontana dalle mie modalità che seguono altre linee di pensiero e, nonostante ciò, degne di esistere, come fra poco vedremo direttamente dalle parole di Perec.

Tornando all’Ou-Li-Po, ciò che rende affascinante l’approccio di questo opificio è lo sforzo di proporre a chi scrive nuove strutture di natura matematica o l’invenzione di procedimenti che, in virtù di regole date (appunto le costrizioni) consente il raggiungimento di soluzioni originali e bizzarre.

Calvino, parlando di Perec, affermava che ”la costrizione allarga le potenzialità visionarie e risveglia i demoni poetici più inaspettati e segreti” e la metafora dell’oulipiano simile al corridore nella corsa ad ostacoli è molto efficace: “per arrivare a scegliere quello che vuole, comincia mettendo un certo numero di ostacoli sul cammino che lo conduce a ciò che cerca, e questi ostacoli si chiamano costrizioni, regole».

Nel capitolo Brevi note sull’arte e il modo di sistemare i propri libri, è geniale il modo utilizzato da Perec per ragionare sull’ampliamento dello spazio di una biblioteca. Parte da una formula matematica che fissa il totale di opere da non superare nel numero 361: K+X >361>K-Z (se K è uguale a 361 e inteso come numero giusto per una biblioteca, se entra un’opera nuova X occorre eliminarne un’altra Z, in modo che K rimanga costante).

Ma la razionalità apparentemente semplice della formula si scontra con gli ostacoli della realtà libraria: per esempio che “un volume contasse per un (1) libro, anche se riuniva (3) romanzi (o raccolte di poesie o di saggi, ecc.) … non alterava affatto il progetto iniziale, semplicemente invece di parlare di 361 opere, si decise che la biblioteca essenziale avrebbe dovuto comporsi idealmente di 361 autori”.  Tutto ciò avrebbe potuto funzionare, ma … per le opere che vengono scritte o riscritte da più autori? “certe opere, poniamo  i romanzi del ciclo cavalleresco, non avevano autore o ne avevano più d’uno e ceri autori, i dadaisti, per esempio, non potevano essere separati gli uni dagli altri senza perdere automaticamente dall’80 al 90% del loro interesse precipuo: si giunse così all’idea di una biblioteca limitata a 361 temi”.

Di fatto “uno dei principali problemi per l’uomo che conserva i libri che ha letto o che si ripromette di leggere, è dunque quello dell’accrescimento della propria biblioteca”.

Ed è sulla base di questa osservazione che Perec dà inizio  ai diversi modi di scegliere ed organizzare gli spazi per ordinare i libri di cui si è in possesso, con lo stile dei tentativi di esaurimento di un luogo: “nell’ingresso, nel soggiorno, nella o nelle camere, nel cesso … sulle mensole dei caminetti o dei radiatori (pur considerando che, alla lunga, il calore può risultare nocivo), tra due finestre, nella strombatura di una porta chiusa, sugli scalini di uno sgabello di biblioteca, rendendolo così inutilizzabile (molto chic, vedi Renan), sotto una finestra, in un mobile disposto obliquamente e che ne pari il vano fra i due (molto chic, fa ancora più effetto con qualche pianta verde)”. Quanto al modo di sistemare i libri, elenca: “ordine alfabetico, ordine per continente o paesi, ordine per colore, ordine in base alla data di acquisto, ordine secondo la data di pubblicazione, ordine per formati, ordine per generi, ordine seguendo i grandi periodi letterari, ordine per lingua, ordine per priorità di lettura, ordine per rilegature, ordine per collane”.

Specifica inoltre che “conviene distinguere le classificazioni stabili da quelle provvisorie .. queste ultime destinate a durare appena qualche giorno in attesa che il libro trovi, o ritrovi, il suo posto definitivo”, e questa precisazione porta alla mia memoria i grandi trasferimenti che ogni tanto in casa sconvolgono la mia ricerca di testi che credevo in un posto e invece sono stati spostati in un altro, problema evidentemente non solo mio, visto che Perec conclude: “aspettando l’ordine, li trasporto da una stanza all’altra, da uno scaffale all’altro, da un mucchio all’altro, e mi capita di passare tre ore a cercare un libro senza trovarlo, ma con la soddisfazione, a voltre, di scoprirne altri sei o sette che mi vanno bene lo stesso”.

L’intero testo rispecchia lo stile di Perec: guardare il quotidiano attraverso la memoria autobiografica e il gusto ludico sollecitato dall’Ou-Li-Po nella creazione di contrasti e virtuosismi di prodezze.

Come nel capitolo Considerazioni sugli occhiali, vero esercizio per cimentarsi con l’arte dello scrivere, partendo proprio da questo spunto: A proposito di quanto sia difficile parlare di occhiali in generale e nel mio caso in particolare. L’autore dedica ben quindici pagine a descrivere l’oggetto in sé nelle sue particolarità e nei diversi periodi storici e al rapporto con il soggetto che li indossa.

Specificità d’uso: certuni portano gli occhiali per tutto il giorno, altri in qualche occasione ben precisa, per esempio per guidare o per leggere … Posto degli occhiali: alcune persone tengono gli occhiali anche quando non li usano; li spostano sulla fronte o decisamente tra i capelli: altre, che devono avere una costante paura di perderli, li lasciano penzolare attorno al collo servendosi di una catenella; altre ancora li sistemano in una particolare custodia .. altre invece li posano sempre e rigorosamente allo stesso posto, in un cassetto del comò, sulla mensola del lavabo o di fianco al posto per vedere la televisione. Pulire gli occhiali: so che esiste una carta speciale che certi ottici danno in omaggio … molte persone invece …usano comunemente tutto ciò che capita loro a portata di mano: fazzoletto, Kleenex, tovagliolo, angolo di tovaglia, ecc. Gesti con gli occhiali: poiché si ritiene che gli occhiali conferiscano un’aria severa a chi li porta, alcune persone se li tolgono in segno di benevolenza … grattarsi la fronte con gli occhiali o mordicchiare le stanghette sono segni di profonda riflessione”.

Emblematico il capitolo che dà il titolo al testo Pensare/classificare: “E’ talmente forte la tentazione di distribuire il mondo intero secondo un unico codice! Una legge universale reggerebbe l’insieme dei fenomeni: due emisferi, cinque continenti, maschile e femminile, animale e vegetale, singolare, plurale, destra sinistra, quattro stagioni, cinque sensi, cinque vocali, sette giorni, dodici mesi, ventisei lettere. .. Con le mie classificazioni ho sempre un problema: non durano … il gran numero delle cose da mettere a posto, la sensazione che sia quasi impossibile distribuirle secondo criteri veramente soddisfacenti, fanno sì che non ci riesca mai e che mi fermi a sistemazioni provvisorie e vaghe.. Il risultato finale è dato da categorie che, quanto meno, sono strane; per esempio una cartellina piena di scartoffie varie sulla quale si trova scritto “Da classificare” o un cassetto con l’etichetta “urgente 1” che non contiene nulla (nel cassetto” urgente 2” c’è qualche vecchia fotografia, in quello “urgente 3” alcuni quaderni nuovi”). Insomma, me la cavo”.

Anche in queste parole c’è un vago rispecchiamento di ciò che accade nella nostra casa e nei nostri contenitori, visto che entrambi, nelle reciproche diversità, godiamo del furor classificatorio.

Godibilissima la lettura di queste pagine in cui troviamo inserite considerazioni anche intorno ai temi delle case abitate, di schede di cucina, di stanze di analisi, di scrivanie, di città ideali, di moda … una vera immersione nell’arte dello scrivere senza frontiere.

Le tartarughe di IVAN THEIMER

Ivan Theimer di origine slava centro-europea, parigino di adozione, con una base a Monteggiori, vicino alle fonderie di Pietrasanta, formatosi nei numerosissimi viaggi in Europa e in Oriente, tra India, Tibet e paesi mediterranei, si esprime sempre con la stessa geniale naturalezza di reminiscenza dell’arte antica sia nella scultura che nella pittura e nell’incisione.

Un’arte contemporanea figurativa che, anche se lontana dai messaggi talvolta oscuri del concettualismo, libera la sua espressività nell’elaborazione di temi ricorrenti, ma sempre variati, che sono comunque essi stessi simbolici e concettuali, rielaborati come appaiono da mondi lontani nel tempo e nello spazio.

E così ad esempio la dominanza della tartaruga, spesso base di appoggio di obelischi, soggetto molto presente dall’arte classica a quella rinascimentale, ma che Theimer assimila dai templi buddisti e – come lui stesso racconta – dall’incontro folgorante con il Nano Morgante del giardino di Boboli.

La tartaruga come segno del trascorrere del tempo, di longevità, ma anche di forza nella sua corazza indistruttibile, contrapposta alla mollezza del corpo: corpo piatto come la terra, sormontata dalla cupola del cielo rappresentata dalla corazza. E l’uso frequentissimo di obelischi e alte stele, decorati con metope, dove talvolta si esprime in una tecnica particolare, anch’essa ripresa dal mondo classico, quella del bronzo dipinto.

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Jorn De Précy (2012) E il giardino creò l’uomo Traduzione di Laura De Tomasi Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

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Jorn De Précy (2012)

E il giardino creò l’uomo

Traduzione di Laura De Tomasi

Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore

 

 

E’ quasi l’ora del risveglio e il movimento del giardino inizia ad essere percepibile.

Quale migliore lettura di un testo che grazie alla perizia dello storico di giardini Marco Martella è stato riportato alla luce e reso in Italia accessibile attraverso la sua traduzione?

Parlo di “E il giardino creò l’uomo” il cui titolo non rende onore al ben più affascinante “The lost garden” dell’edizione originale.

E’ stata una vera sorpresa scoprire pagina dopo pagina la strabiliante attualità  di questo breve trattato scritto nel primo decennio del Novecento. Come sempre, se la Storia non cadesse nell’oblio collettivo, molte sorprese del presente non ci apparirebbero più tali.

L’autore infatti intreccia concetti evidentemente arcaici con sentimenti misantropici tuttora in auge e alla cui difesa si ergono molti movimenti d’azione e di pensiero.

Così viene definito Jorn De Précy dal curatore del libro Marco Martella:

“Un uomo distaccato, timido e orgoglioso allo stesso tempo. … Giardiniere-filosofo amava prendersi gioco dei pensatori di professione, diffidava delle teorie e dei sistemi filosofici e si limitava a manifestare le proprie idee senza cercare di approfondirle né di argomentarle … più che pensare da filosofo, viveva da filosofo. … Alcune delle idee contenute nel Lost Garden fanno ormai parte della nostra visione del mondo; in piena era positivista, però, suonavano assai all’avanguardia: la solitudine dell’uomo-massa, la proliferazione di quegli spazi che Marc Augé chiama non-luoghi della surmodernità, il nomadismo dell’individuo moderno”.

Greystone è il nome del giardino perduto.

La preoccupazione di De Précy che dopo la sua morte il destino della sua “creatura” fosse incerta si dimostrò fondata. Infatti, dopo la sua scomparsa e quella del giardiniere Samuel cui aveva lasciato in eredità Greystone, il giardino si trasformò in una giungla e nel 1956 la proprietà fu trasformata in un hotel di lusso. “Oggi dell’antico giardino non resta nulla, tranne qualche vecchio cedro e il tracciato dei sentieri principali, ormai asfaltati e bordati di begonie, fiori che De Précy detestava sopra ogni cosa”.

Ma che cos’era il giardino per De Précy? Così spiega Jorn: “Questo libro non è l’ennesimo trattato che ha per oggetto regole compositive, ma piuttosto una meditazione su quell’arte dei giardini che è molto più di un’arte…. Il giardinaggio, caro lettore, non è che un dialogo ininterrotto con la terra”.

E da qui si parte a ritroso fino ad incontrare la potenza del Genius Loci e alla necessità dell’uomo di venire a patti con lo spirito del luogo: “…capitava  di incontrare dei simulacri, mezzo nascosti dalla vegetazione e l’edera dove spuntavano cespugli di alloro. Al centro delle radure si ergevano altari dedicati a dèi spesso di origine etrusca, talvolta anonimi. Là, immersi nella natura e nel mistero del sacro, gli uomini si sovvenivano della propria origine. Il patto con la terra si rinnovava”.

Rimpiange De Précy l’idea pagana e la visione animistica del mondo. Non si preoccupa di esternare il suo dissenso verso la società civilizzata e il primato della ragione:”Niente più dèi per noi, dunque. Tutt’al più abbiamo il diritto di credere nel Dio delle religioni monoteiste, il quale, ritiratosi nel suo cielo astratto, separato dal mondo degli uomini, ha sgombrato il campo dalle divinità puerili, e dall’identità spesso confusa, dei politeisti. … La terra continua ad esprimersi … Ma poiché non è più guidato dagli dèi, e ha voltato la schiena alla natura, l’uomo non ascolta più” e al tempo stesso si consola ricordando che tuttavia la divinità dei luoghi è ancora altamente considerata in Giappone, in certe popolazioni africane, nell’Indiano d’America o nell’Aborigeno australiano, reputati da tutti civiltà primitive e quindi inferiori.

Nostalgico? Certamente sì.

Pessimista? Proviamo a leggere queste parole senza farle risalire ai primi del Novecento: “Da più di un secolo, a seguito dell’industrializzazione e del processo di urbanizzazione, la città si è gradualmente affrancata dal suo territorio fino a diventare un mondo a sé…Non è costituita che di spazi freddi, inospitali, tutti simili fra loro … Questi luoghi anonimi, insulsi, fatti per le masse e non per l’individuo, sono unicamente dei sostituti di ciò che un tempo erano i luoghi della vita umana. Sono l’espressione di un’idea astratta, e quindi disumanizzante, dell’uomo” e vi troveremo la forza antesignana delle parole dell’antropologo Marc Augé.

Ancora: “Non sono mai riuscito a superare la mia allergia per la tecnologia moderna .. Per qualche ragione questi apparecchi sono sempre brutti, producono suoni sgraziati e, soprattutto, impoveriscono il mondo”. L’apparente facoltà della tecnologia di liberare l’uomo dalla fatica del lavoro, in realtà è solo l’anticipazione della sua alienazione.

E’ sempre più complesso per l’autore riuscire a trovare i luoghi fantasma, quei luoghi cioè dove “lo spazio è come carico di una strana densità, di una profondità insondabile, come se qualcosa della vita degli uomini e delle donne che lì hanno pregato, amato, sofferto e sognato” o perché distrutti  o perché resi monumenti per attirare la fame di distratti visitatori. Si interroga De Précy: “che cosa accadrà quando tutti disporranno dei mezzi per concedersi questo surrogato del viaggiare che è il turismo?”. Un secolo dopo solo noi riusciamo a dare una risposta.

Ma cosa fa di De Précy un giardiniere filosofo? Il fatto che ritenga il giardino come ultimo rifugio degli dèi e degli uomini. Nel giardino “non ci si spinge in avanti, come il tempo meccanico che ormai governa le nostre esistenze … Non vi sono scopi da ottenere, né obiettivi da raggiungere, perché la vita ha un solo fine: se stessa… Ritrovare questa vita, la vera vita, e questo tempo della natura che è anche il nostro vero tempo … ecco che cosa ci spinge ad aprire il cancello di un giardino e a entrarvi”.

Il vero giardiniere “sa benissimo che non otterrà alcun risultato se si affiderà esclusivamente alla proprie capacità e alla propria tecnica .. gli dèi talvolta sono ostili” … Il giardiniere ha uno sguardo da filosofo quando scruta il cielo e il passaggio delle nuvole. Con la passione del poeta interroga il mondo che lo ospita e che è infinitamente più grande di lui”.

Lavorare la terra richiede che ci si metta in ginocchio e si rispetti la sua sacralità. Il giardiniere-filosofo sa che la sua opera è effimera perché la natura è indomabile e la tavolozza dei colori è destinata a sbiadire per cedere il posto ad altre combinazioni e altre gradazioni dettate dal giro delle stagioni. Ma di questo non si dispera perché curando la terra, si prende cura della vita e la interroga, accordando i propri desideri con quelli del luogo.

C’è un unico modo per entrare in comunione con la natura e questo farà scuotere la testa a molti che inseguono la voglia del controllo e della composizione artificiale finalizzati ai “bei quadretti”. Occorre infatti saper ascoltare il giardino e restituirgli la sua selvatichezza.

In termini pratici “bandire dal giardino i fiori annuali esotici, le loro forme artificiali e i loro colori chiassosi … le serre e soprattutto le orribili aiuole fiorite a favore delle piante semplici, umili e colme di magia delle foreste e delle campagne.. Nel suo libero svilupparsi, la natura, appena guidata dalla mano del giardiniere, deve poter dialogare con la dimora; lo spazio vegetale deve mescolarsi a quello dell’uomo, fino a confondersi con esso”.

E’ questo il principio che guida la mano del nostro giardiniere-filosofo e lo ritroviamo nella descrizione del suo amato Greystone: “il visitatore che ama i giardini convenzionali rimarrà un poco sconcertato, In questa mescolanza di costruito e vegetale vedrà solo l’eterna lotta che oppone l’uomo alla natura, con un netto e inquietante vantaggio a favore della seconda. Ma che noia, questa vecchia lotta, che in realtà esiste solo nella mente degli esseri umani! No, nell’architettura vegetale della mia casa vi invito a leggere piuttosto un accordo, un’alleanza, la forma visibile di un ritrovato amore fraterno”.

Le dieci pagine dedicate al giardino di Greystone ci conducono in uno scenario poetico di foglie, fiori, alberi, arbusti, pietre, viti, verdure e molto altro ancora, fino a far immaginare persino la casa dello scrittore una prosecuzione del giardino.

La passione di De Précy ulteriormente traspare nella preoccupazione dell’approssimarsi della fine della propria vita e del destino del suo giardino, e non solo. Del destino di tutti i giardini, poiché “interrogarsi sul giardino significa interrogarsi sull’umanità”.

E ora che Greystone non esiste più, rimangono i suggerimenti di chi l’ha molto amato:
Fate giardini! Tracciate il vostro disegna sulla faccia della Terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. … Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli altri artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. .. Non avrete il desiderio assurdo di cambiare il mondo: farete solo un piccolo spazio alla vita. … Gli dèi sono dalla vostra parte. Stanno aspettando gli uomini, sorridendo dei loro errori e delle loro speranze, dietro il cancello aperto del giardino”.

L’uomo tartaruga di Zàachila, Macario Matus, in Poesia n. 279, febbraio 2013

Zàachila fu la seconda dimora

degli zapotechi, dopo Teotitlan

del Valle. Si sapeva che sotto il paese

c’erano quattro ramarri che reggevano il mondo.

Ma in una delle tombe trovate

apparve l’uomo tartaruga, con la testa

coperta con pelliccia di ozelot. Nelle mani

portava una daga di ossidiana, frecce

e guaine di corteccia vegetale come scudi.

Disgraziatamente fu abbattuto a tradimento.

Di fronte è impossibile dominarla,

con le sue fauci e la lingua potente

strappa dita e mani nemiche.

In pericolo mette la testa sotto il carapace,

scende nel fiume, rotola sulla sabbia del mare

e scappa fra le onde bianche di schiuma.

Sgravatasi, cova i suoi figli sulla tiepida spiaggia.

Dopo qualche tempo ritorna solo per guardare

la prole alzarsi, scomparire

davanti all’oceano, alla terra e agli uomini.

(Macario Matus)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Keisuke Matsumoto (2012) Manuale di pulizie di un monaco buddhista Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima Antonio Vallardi Editore, Milano (traduzione di Ramona Ponzini)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Keisuke Matsumoto (2012)

Manuale di pulizie di un monaco buddhista

Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima

Antonio Vallardi Editore, Milano

(traduzione di Ramona Ponzini)

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Leggendo questo libro ho scoperto qualche mio tratto buddista. Forse.

Non sono una maniaca delle pulizie, però ho ben chiari certi miei comportamenti rispetto ad esse, le cause che li scatenano e gli effetti che ne derivano. Sicuramente Matsumoto mi ha fatto più volte rispecchiare in alcune affermazioni.

Purtroppo sono ancora ben distante dallo Zengosaidan, ovvero “non pentirti di ciò che hai fatto in passato, non preoccuparti per il futuro e dedicati con tutte le tue forze a non avere mai rimpianti”.

Mi riconosco abbastanza in ciò che invece lo scostamento da questa filosofia comporta, come spiega l’autore: “Credo che le persone che vivono nella società contemporanea, sempre così indaffarate, arrivino a casa stanche, lascino i piatti sporchi nel lavandino, i vestiti nel cesto del bucato e poi si addormentino. La mattina seguente, però, si sveglieranno freschi e riposati? Non è più probabile che si sveglino tristi perché salutano il nuovo giorno circondati da tutte le cose lasciate in disordine la sera prima?”

Mmmh …

La casa in disordine effettivamente mi inquieta e la tendenza a non trascurare almeno bagno e cucina con annessi e connessi, più il rifacimento del letto prima di uscire sono senz’altro attività che mi fanno guardare alla giornata con un senso di maggior leggerezza.

Non c’è luogo come il bagno che sveli il vero volto di una casa. … L’acqua è il fondamento della vita. In una casa normale l’acqua si trova in cucina e in bagno. L’acqua entra nel nostro corpo, circola e poi viene espulsa, ritornando alla natura. Le pulizie di cucina e bagno sono basilari nelle pratiche religiose proprio perché siamo coscienti del fatto che sono i luoghi dove scorre l’acqua…. In qualsiasi tempio buddhista il bagno è sempre pulitissimo e davanti alla porta si troveranno le calzature sistemate con cura. Anche il gabinetto trasmette un senso di pulito e questo fa sì che vi si possano espletare le correlate funzioni con animo sereno. Sicchè, chi ha finito di utilizzarlo, dovendo fare in modo di non turbare tale atmosfera a scapito di chi vi entrerà in seguito, si preoccuperà di lasciare tutto pulito e in ordine. 

Ho inoltre dato una spiegazione al perché i vetri sporchi mi turbano e mi danno la sensazione di essere immersa nello sporco:

Il vetro è simbolo di trasparenza e di non attaccamento alle cose terrene. Se nei giorni nuvolosi i vetri delle finestre sono coperti di ditate, anche la nostra anima si rannuvolerà. Nel buddhismo la cosiddetta “giusta visione”, ossia il vedere attraverso il filtro di noi stessi, il nostro io, sconfigge ogni nube e permette di comprendere la vera essenza delle cose. … Le finestre sono, dunque, in qualche modo legate alla giusta visione delle cose e pulirle fino a farle sembrare trasparenti, fino, cioè, a farci dimenticare della loro esistenza, ci permette di vedere dall’altra parte senza renderci conto che c’è qualcosa che ci separa. Puliamole, dunque, fino a far sparire ogni ombra.

Vorrei essere un po’ più monaca, a questo riguardo, e utilizzare le raccomandazioni  sul come effettuare le pulizie del vetro: è essenziale la carta del giornale. Bisogna utilizzare carta di grandezza commisurata a quella del vetro da pulire, imbevuta della giusta quantità di acqua e detergente, e lucidare a fondo. .. Bisogna prima togliere le macchie più evidenti con movimenti verticali e orizzontale, fino a finire la miscela di acqua e detergente .. suggerisco di mescolare aceto e acqua insaponata. 

Nel testo sono parecchie le indicazioni date sia sul come eseguire le pulizie, sia su quali strumenti utilizzare. Sui pavimenti ho ancora molto da imparare:

I pavimenti vengono puliti ogni giorno, indipendentemente dal fatto che siano sporchi. Grazie a questo tipo di pulizie anche il nostro spirito si manterrà lucente…. Lucidare i pavimenti tutti i giorni vi permette di capire cosa significa realmente pulire la vostra anima. Una stanza sporca e in disordine è segno che anche il vostro spirito è sporco e in disordine.

Però mi consola verificare che sul “come lucidare i pavimenti” sono abbastanza a buon punto:

Per prima cosa bisogna passare la scopa e togliere la polvere, poi si prendono un secchio colmo d’acqua, uno straccio ben strizzato e si pulisce a fondo. Non sono necessari detergenti né stracci per asciugare. Poiché uno straccio ben strizzato trattiene l’acqua, una volta passato sul pavimento quest’ultimo si asciugherà da sé. .. Quando lucidiamo un pavimento non distraiamoci e concentriamoci su ciò che stiamo facendo, con naturalezza ci troveremo faccia a faccia con la nostra anima.

Ecco, guardando anche l’illustrazione dove si vede il monaco diligentemente a carponi che strofina il pavimento, debbo dire che io pure assumo quella posa, a dispetto di tutti gli elettrodomestici in commercio da me giudicati non all’altezza dell’antico olio di gomito, accompagnato dalla modernità di un panno in microfibre che un’amica mi ha suggerito e che, immerso e strizzato nell’acqua bollente, effettivamente ti fa rispecchiare nelle piastrelle.

Comunque l’insegnamento è impari: i monaci vivono nel tempio e non hanno tre gatti che girano per casa, oltre a TartaRugoso.

Sullo stirare temo non ci siano possibilità di recupero:

Anche noi monaci indossiamo l’abito monacale dopo averlo stirato. Così facendo il nostro spirito sarà ben curato e in armonia con il nostro vestiario. Le grinze, inoltre, rimandano la mente alla vecchiaia, sebbene ci siano monaci che continuano a svolgere in maniera ineccepibile le proprie attività anche a ottanta o novant’anni, in perfetta salute. … Stirare è l’attività ideale per chi vuole mantenere giovane il proprio spirito.

Si sente che l’autore è ancora nell’età in cui si pensa che le grinze possano essere ripassate facilmente come con il ferro da stiro!

Molti sono i suggerimenti pratici per chi si voglia avvicinare a meditazioni filosofiche e spirituali attraverso il fare le pulizie.

Chissà se riuscirò prima o poi ad arrivare alla seguente conquista:

Ogni cosa sta dove deve stare. Può sembrare ovvio, ma se si applica concretamente questo principio, non si correrà più il rischio di imbattersi in qualcosa fuori posto. Quando dobbiamo utilizzare un oggetto lo prendiamo dal luogo dove è collocato, ma una volta usato lo rimettiamo dov’era. … Sentire la voce delle cose. Lo spirito non va mai tenuto in una condizione di trascuratezza. Se usate le cose con cura, inizierete a sentire bisbigli all’orecchio dello spirito e sarete in grado di udire la loro stessa voce. Al contempo, è necessario conoscere a fondo lo spazio di sistemazione, ossia la stanza va percepita come se fosse una parte del nostro corpo e va pulita ripetutamente giorno dopo giorno. Capire l’essenza degli oggetti e avere dimestichezza con lo spazio in cui si trovano, ci permetterà di capire dove gli stessi oggetti vogliano essere riposti. E non dimenticate che tutti possono raggiungere questo stato mentale.

Nel mio spazio di solito i bisbigli non sono quelli delle cose, anzi sarebbe più corretto non definire bisbigli le esclamazioni ad alta voce su dove esse dovrebbero trovarsi  e su dove diavolo siano invece sparite.

Tuttavia lo spazio di sistemazione lo conosco proprio bene, considerato che anche nel disordine la maggior parte delle volte alla fine le cose si trovano!

In ogni caso nulla da obiettare sulla serenità dell’ordine. Non so se corrisponda a un ordine spirituale. Per quello che mi conosco, il mettere ordine è un esercizio che svolgo quando ho finalmente terminato qualche compito gravoso che teneva impegnata la mente. Una volta finito l’onere mentale, è quasi automatico che segua analogamente un’operazione di riordino dello spazio fisico.

Temo però che questo sia il processo inverso di ciò che predica la filosofia buddista.

In ricordo di Lecce

Le Comari raccontano,
la Tartaruga ascolta.
il Gufo scrive

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ARCALAND, la storia dei gatti continua

Ribloggato da Coatesa sul Lario ... e dintorni:

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Andare nel Salento è un desiderio che mi accompagna da anni, così come quello di navigare il Po e vedere il suo delta, possibilmente in un clima di nebbia rarefatta.

Sono quegli accenni che nella vita di coppia ogni tanto si affacciano, si accarezzano, si progettano con la fantasia e terminano sempre con la fatidica frase: “E la gatta?”. Situazione che si è maggiormente complicata da pochi mesi a questa parte: “E i tre gatti?”.

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